Una pagina web media produce 1,76 grammi di CO2 per ogni visualizzazione. Lo so, sembra pochissimo. Ma se quel sito riceve un milione di visite al mese, stiamo parlando di quasi due tonnellate di anidride carbonica. Per una pagina. Al mese.
Ho scoperto questo dato qualche settimana fa e non riuscivo a smettere di pensarci mentre guardavo uno dei miei progetti, un sito con video in autoplay nella hero, tre librerie JavaScript caricate in sequenza, immagini in JPEG da 2MB ottimizzate male. Tutto funzionava benissimo. E probabilmente stava consumando energia come un frigorifero acceso tutto il giorno.
Il tema del peso ambientale del web non è nuovo, ma nel 2026 ha cambiato natura. Non è più solo la preoccupazione di qualche sviluppatore attento all’etica. È diventata una questione normativa, con la CSRD europea che obbliga le grandi aziende a rendicontare le emissioni digitali nelle loro Scope 3, e una questione di mercato, con il 62% dei consumatori che dichiara di preferire brand con siti più sostenibili quando il prodotto è equivalente.
Il Green UX è arrivato sul tavolo di molti team di design. La domanda è come trattarlo senza che diventi solo un’etichetta.
Cosa inquina davvero in un’interfaccia
La risposta più onesta che posso dare è: quasi tutto, se fatto male.
Le animazioni CSS complesse costano cicli di CPU. I video in autoplay trasferiscono dati anche a chi non li ha chiesti. Le immagini non compresse occupano banda. I font Google caricati da CDN esterna fanno una richiesta in più ogni volta. I tracker di terze parti aggiungono peso invisibile che l’utente non vede mai ma che il server elabora comunque.
Non sto dicendo che tutto questo vada eliminato. Sto dicendo che ogni elemento dovrebbe guadagnarsi il posto nell’interfaccia, esattamente come dicono i principi di design più elementari, solo che qui c’è un costo fisico, non solo visivo.
Il caso Lowwwcarbon è diventato una specie di benchmark in questo campo: hanno riprogettato il loro sito con font di sistema, nessuna immagine above the fold, peso totale della pagina sotto i 200KB. Il risultato è andato in giro per il web non perché fosse spettacolare visivamente, ma perché emetteva meno CO2 di una singola ricerca su Google per visita. Era una dichiarazione.
Il design leggero è spesso il design migliore
Quello che trovo interessante di questo trend è che le scelte che riducono il carbon footprint di un sito sono quasi sempre le stesse che migliorano la performance. Meno JavaScript inutile significa pagine più veloci. Immagini in WebP o AVIF invece di JPEG pesante significa tempi di caricamento migliori su mobile. Flussi utente più diretti significano meno pagine caricate, meno server request, meno consumi.
Il Green UX non chiede di sacrificare la qualità dell’esperienza. Chiede di giustificarla. Se un’animazione c’è solo per fare scena, forse non vale il costo. Se un video in autoplay non porta nessun vantaggio misurabile all’utente, forse è lì solo per abitudine.
Questo mi ricorda una cosa che un buon art director mi ha detto anni fa: “Se togli un elemento e il design funziona comunque, quell’elemento non serviva.” Vale per l’estetica, e vale anche per il peso energetico.
Una lente in più, non una disciplina separata
Non credo che il Green UX debba diventare una checklist da spuntare alla fine del progetto. Funziona meglio come domanda da fare durante il processo: questo elemento vale le risorse che consuma?
In alcuni casi la risposta è sì, chiaramente. Un’animazione che guida l’utente in un passaggio complicato ha un costo ma porta un beneficio misurabile. Una immagine ad alta risoluzione su una pagina prodotto dove il dettaglio visivo è parte della decisione d’acquisto ha senso starci. Il problema non è il peso in sé, è il peso che non giustifica nulla.
Sto cominciando a guardare i miei progetti con questa lente aggiuntiva. Non sempre ho risposte immediate, ma le domande mi sembrano già più giuste. E in un mestiere dove ci si abitua a prendere certe decisioni per inerzia, avere una domanda nuova da fare è già qualcosa.
Stai già pensando al peso ambientale dei tuoi progetti? O ti sembra ancora un tema troppo lontano dalla realtà quotidiana del lavoro? Sono genuinamente curioso di sapere dove si trova chi legge. Parliamone.

