L’altro giorno mi sono fermato su una discussione tra designer che parlavano di siti web generati con l’AI. Il tono era quello un po’ stanco di chi ha visto troppe homepage con lo stesso hero enorme, gli stessi box arrotondati, la stessa tipografia neutra, la stessa promessa vaga scritta al centro dello schermo. Mi ha fatto sorridere, perché è una cosa che ormai capita spesso anche a me: apro un sito e prima ancora di leggere il contenuto ho la sensazione di averlo già visto.
Non parlo solo di strumenti AI. Anche template, page builder e librerie frontend hanno contribuito per anni a questa uniformità. Però l’AI ha accelerato tutto. Ha reso più facile produrre interfacce corrette, ordinate, apparentemente moderne. E proprio qui nasce il problema: se tutto è corretto, ordinato e moderno nello stesso modo, cosa resta davvero memorabile?
Il problema non è usare l’AI, ma accettare il primo risultato
Mi interessa poco la solita divisione tra chi ama l’AI e chi la rifiuta. Nel lavoro quotidiano gli strumenti cambiano, e sarebbe ingenuo far finta che non stiano già entrando nei processi creativi. Il punto, semmai, è capire che tipo di ruolo vogliamo dare a questi strumenti.
Un prompt generico produce quasi sempre un risultato generico. Se chiedo un sito moderno, minimal, professionale per un brand tech, è probabile che riceva una pagina con grande headline, sottotitolo rassicurante, pulsante colorato, tre card di benefit e qualche gradiente leggero. Non è per forza brutto. Anzi, spesso è abbastanza presentabile. Ma è anche il tipo di output che non racconta nulla di specifico.
Il rischio è scambiare la velocità per direzione. L’AI può aiutare a uscire dalla pagina bianca, può proporre varianti, può farci vedere velocemente alcune strade. Ma il primo risultato è quasi sempre una media: una somma di cose già viste, pulita quanto basta per sembrare pronta. Il lavoro del designer comincia proprio lì, quando bisogna togliere l’effetto qualsiasi cosa e portare dentro un punto di vista.
Dove nasce l’effetto AI slop
Quando un sito sembra generato, di solito non è per un singolo dettaglio. È l’insieme che tradisce la mancanza di intenzione. Spaziature troppo prevedibili, card tutte uguali, contrasti eleganti ma deboli, testi che promettono tutto e non dicono niente, immagini atmosferiche che potrebbero appartenere a qualunque settore.
C’è anche un certo modo di usare la tipografia che sta diventando riconoscibile. Font sans-serif molto puliti, gerarchie grandi ma senza ritmo, testi piccoli e grigi che sembrano messi lì per completare il layout più che per essere letti davvero. A volte il sito è premium solo perché ha tanto spazio vuoto. Ma lo spazio vuoto, se non serve a guidare lo sguardo, diventa solo assenza.
La cosa interessante è che molti utenti non direbbero mai: questo sito sembra fatto con l’AI. Direbbero più facilmente che è freddo, impersonale, poco chiaro, uguale ad altri. E forse è proprio questo il punto. L’AI slop non è solo una questione estetica, è una perdita di relazione. Il sito non sembra più progettato per qualcuno, ma generato per una categoria astratta di utenti.
Il ritorno del gusto, dei dettagli e della voce
Per uscire da questa somiglianza non serve fare siti strani a tutti i costi. Non dobbiamo rompere ogni convenzione solo per dimostrare che siamo umani. La navigazione deve restare chiara, i contenuti devono essere leggibili, le azioni devono essere facili da trovare. Però dentro una struttura comprensibile possiamo inserire scelte più precise.
Penso alle micro-interazioni che accompagnano un gesto senza diventare spettacolo. A una combinazione tipografica meno automatica. A un ritmo visivo che alterna densità e respiro. A fotografie davvero legate al progetto, non solo immagini belle e vaghe. Penso anche alla scrittura: spesso è il testo a far capire se dietro un sito c’è una persona che ha osservato il prodotto, il pubblico, il contesto.
Un brand locale, uno studio creativo, un ristorante, una piattaforma B2B, un e-commerce artigianale: ognuno di questi casi dovrebbe avere un modo diverso di parlare e mostrarsi. L’AI può aiutare a costruire bozze, ma non può sapere da sola quale piccola imperfezione rende credibile un’identità. Non può decidere che un certo titolo deve essere più diretto, che una foto reale vale più di una scena perfetta, che un bottone va spostato perché in quel punto l’utente ha appena capito qualcosa.
La parte più umana del web design, oggi, forse sta proprio nella revisione. Nel guardare un output e chiedersi: cosa c’è qui che potrebbe appartenere solo a questo progetto? Cosa sto lasciando dentro solo perché sembra moderno? Cosa posso togliere, cambiare, rendere più vero?
Io credo che nei prossimi mesi vedremo sempre più siti tecnicamente corretti ma emotivamente intercambiabili. E allo stesso tempo credo che questo aprirà spazio a chi sa usare l’AI senza farsi appiattire dalla sua media. Non servirà essere nostalgici, servirà essere più attenti.
Perché se un sito funziona ma non lascia traccia, ha davvero fatto il suo lavoro? Mi piacerebbe sapere come la vedi: ti capita già di riconoscere i siti troppo AI? Se vuoi parlarne o ripensare l’identità digitale del tuo progetto, puoi scrivermi sulla pagina contatti.

